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Beirut non esiste più

Una passeggiata per le strade e fra la gente di Beirut nella primavera del 2016, per assaggiare, osservare e ascoltare le molte contraddizioni di una città complessa e tormentata

| di Emilio Sánchez Mediavilla |

Beirut dev’essere la città con più balconi e terrazze al mondo. Sporgono da tutte le sue facciate, rivolti a est e a ovest, sulle ville antiche dell’epoca coloniale francese, sui condomini degli anni ’70 e sulle nuove torri di vetro con vista sul mare, costruite con i soldi del Golfo. Ci sono terrazze grandi, alcune altissime e colonnate, terrazze su angoli smussati con persiane rosse e verdi, terrazze coperte da tende per proteggersi dal sole o dallo sguardo dei vicini. Le terrazze di Beirut sono l’unico segno di simmetria urbana, oltre ai minareti delle moschee e alle cupole delle chiese: una simmetria terrena. Sono reliquie di una civiltà perduta, di una città che ha iniziato a scomparire nel 1975 con il frastuono di una raffica di mitra che molti hanno scambiato per i fuochi d’artificio di un matrimonio sontuoso.

La guerra è iniziata con un’escalation di attentati e rappresaglie fra guerriglieri palestinesi e milizie cristiane, poi questo primo filo si è aggrovigliato fino a formare un confuso labirinto ideologico, confessionale e regionale. Per comodità lo si è semplificato in un conflitto fra musulmani e cristiani. Sempre per comodità si è detto che la linea verde (il fronte di guerra che attraversava il centro della città) divideva i quartieri cristiani a est da quelli musulmani a ovest. La separazione religiosa operata dalla linea verde è una profezia che si è autoavverata: la relativa commistione confessionale che esisteva prima della guerra ha lasciato il passo a una rigida e progressiva uniformazione religiosa dei quartieri.

Il centro di Beirut era sempre stato la zona più cosmopolita e mista della città. Le attività commerciali di cristiani, musulmani e drusi convivevano con successo lungo i suoi viali, nei suk e fra le architetture parigine del distretto finanziario. Ricostruire questo spazio è stato uno dei sogni economici, ma anche simbolici, del dopoguerra: la convinzione utopica che l’urbanistica bastasse da sola a curare una società guasta. Il progetto è stato chiamato Solidere, dall’acronimo francese del conglomerato di imprese costruttrici guidato dal primo ministro Rafiq Hariri, che aveva fatto fortuna in Arabia Saudita. L’idea era di cicatrizzare la città a suon di mattoni e recuperare il centro come luogo di convivenza, ma il risultato è stato un boom immobiliare magnificamente atroce, confuso e ostile. La piazza dei Martiri, che prima della guerra aveva un vivace lungomare con caffè, giardini, tram, fontane e chioschi, ora è una spianata di cemento assediata dal traffico, da gru e da edifici in costruzione coperti da pannelli pubblicitari che annunciano “un contributo mediterraneo all’architettura contemporanea” e “un quartiere verde e sostenibile”, eufemismi ai quali dalla parete di fronte risponde un graffito: “poniamo fine al regno della mafia”. Nel vicino porto turistico di Zaitunay Bay ci sono decapottabili con targhe siriane parcheggiate davanti ai ristoranti di pesce, motociclisti con mute e arpioni, qualche mezzo dell’Unicef e una portaerei dell’ONU.

Il peggio che si può dire di Solidere è che nel 2016, ventisei anni dopo la fine della guerra, ancora non era chiaro se Beirut fosse in fase di ricostruzione o in piena demolizione.

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A sud della piazza dei Martiri si trova il Saifi Village, un piccolo agglomerato di viuzze pedonali con facciate color pastello, piazzette acciottolate, negozi di giovani designer e locali che vendono birra biologica. Qui si incontrano giovani coppie con figli (e bambinaia etiope o filippina al seguito) che salutano altre coppie in inglese, si confidano in arabo e prendono commiato in francese. Una Beirut sofisticata, signorile, alto-borghese, erede a modo suo di famiglie come quella dei Sursock, che un tempo governavano il paese; famiglie i cui possedimenti si estendevano in tutto l’Impero ottomano, dall’Anatolia fino al Levante passando per Alessandria; famiglie che hanno finanziato la costruzione del canale di Suez e che in Libano hanno ispirato detti popolari che riflettono un misto di invidia e ammirazione: “vorrei essere un cavallo dei Sursock per poter mangiare tutti i giorni pistacchi e noci”.

La Beirut cristiana prosegue a Gemmayzeh, con le sue facciate in stile veneziano, i tetti di tegole rosse di Marsiglia e le tranquille traverse tutte scalinate, fiori e gatti. A Gemmayzeh ci sono il collegio La Salle, i ristoranti nei quali il personale parla in prevalenza francese e bar con le luci soffuse in cui camerieri in giacca bianca preparano martini dry col sake e servono Jägermeister Bacon chips: sono i menu stessi a indicare che siamo in un quartiere cristiano. Lì è raro incontrare una donna con il velo. Guardando verso ovest, in fondo alla via, nel punto di fuga si scorge la grande Moschea Blu. Per il turista, una cartolina, per alcuni abitanti cristiani il posto in cui comincia l’“altro”. Certi taxi, per andare da un quartiere della zona est a uno della zona ovest, anche se il tragitto è breve, chiedono tariffa doppia. “Non è questione di distanza in chilometri, ma di distanza mentale,” dice Ali, un abitante della zona ovest. “Che orrore, come vi è venuto in mente di prenotare una stanza nella zona ovest?” mi chiede incredulo un ventenne cristiano di origine armena che ci invita a bere un whisky in un bar di Gemmayzeh. “Avreste dovuto scegliere un albergo a Gemmayzeh,” commenta Fadi, il proprietario di una galleria d’arte. “Ci sono zone della città in cui non sono mai stata,” dice la giornalista Joumana Haddad. “Beirut non esiste più,” sintetizza un druso ateo col berretto che, in mezzo alla strada, mi aiuta a interpretare una mappa della città.

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Nel bar Radio Beirut c’è musica dal vivo tutte le sere: ballate pop americane, cover dei Red Hot Chili Peppers e improvvisazioni jazz. Il mercoledì è il giorno della serata hip hop e a volte si esibisce un rapper siro-libanese che canta della guerra in corso a 150 chilometri da qui, dei rifugiati palestinesi e dei due milioni di rifugiati siriani che nessuno vuole: né i cristiani, che temono la minaccia demografica musulmana, né molti musulmani, che sono cresciuti odiando l’occupazione siriana, e nemmeno i laici di sinistra – questa specie che in Medio Oriente è in estinzione – secondo i quali un paese impoverito con quattro milioni di abitanti non può accogliere due milioni di rifugiati.

Il martedì è il giorno delle jam session. Con una voce profonda, che ricorda quella di Uma Thurman quando presenta John Travolta nella gara di ballo di Pulp Fiction, la presentatrice nel bar annuncia gli attentati di Bruxelles: “Le nostre preghiere vanno a loro. Dio benedica Bruxelles, Dio benedica Beirut”.

Due giorni prima della strage del Bataclan a Parigi (129 morti), lo Stato islamico ha ucciso 43 persone in un quartiere sciita di Beirut. Un giorno prima del massacro di Parigi, una bomba ha ucciso 26 persone a Baghdad. La copertura dei media occidentali e l’ondata di solidarietà verso le vittime si sono orientate per la maggior parte verso la Francia. Sui social c’è stato un accenno di dibattito sulla differenza di trattamento riservata agli attentati avvenuti in un luogo o negli altri, ma alla fine ha fatto poco rumore. L’importante non era piangere le vittime, né analizzare con rigore i meccanismi della stampa, ma verificare le complicità. Il mondo si è riempito di giudici del lutto altrui il cui argomento più elaborato si poteva riassumere nella domanda: “Perché su Facebook hai messo la bandiera francese e non quella irachena?” In quei giorni mi è capitato di vedere la partita Madrid-Barcellona assieme ad alcuni amici egiziani in un bar di un paese del Golfo. Nei loro sguardi ho notato un certo fastidio alla vista dell’enorme bandiera francese spiegata sulle gradinate del Bernabeu durante il minuto di silenzio. Allora ho pensato, fra me e me, che per loro un attentato a Tunisi non ha lo stesso valore di una strage di Boko Haram in Nigeria. L’ingegneria superiore dei lutti è complicata e incoerente: sulla BBC ho sentito un libanese lamentarsi del fatto che molte persone a Beirut avevano provato più empatia verso le vittime degli attentati di Parigi che verso quelle degli attentati avvenuti nella loro città. Un modo indiretto per dire che certi libanesi sunniti o cristiani non sentono come propria la morte dei libanesi sciiti.

Per esempio, i cristiani libanesi che preferiscono farsi chiamare fenici anziché arabi. Quelli che mi spiegano di non essere mai stati nella vicina Siria perché nel mondo arabo non c’è niente che attiri la loro attenzione e da sempre loro preferiscono trascorrere le vacanze in Francia. I cristiani libanesi che, alla prima conversazione, ti raccontano che il Libano prima di essere musulmano è stato cristiano. Quelli che conservano la mentalità dell’ultimo crociato. Quelli che il venerdì santo aspettano la salita della processione alla chiesa di Mar Mikhael, vicino al bar Radio Beirut. Mescolati alle famiglie, alle madri coi bambini in braccio e agli anziani devoti ci sono giovani tatuati e muscolosi, camicie nere con una croce bianca e un’immagine di Gesù Cristo sotto la scritta “Re dei re”. Alcuni salgono in sella alle loro Harley Davidson e scortano macchinoni coi vetri oscurati. Altri fumano in gruppo con aria vigile, secondo la coreografia delle tante milizie che, con i loro checkpoint, punteggiano le strade della città.

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I checkpoint – dell’esercito, della polizia e delle varie milizie – impediscono ogni sensazione di normalità. Ce ne sono di tutti i tipi: alcuni sono quasi impercettibili, potresti non notarli se non fosse per la bandiera e per un gruppetto di uomini che parlano e fumano ai due lati della strada; altri sono intermittenti, appaiono solo di tanto in tanto, come un termometro della tensione politica; altri invece ostentano un grande spiegamento di forze, come quello con gabbie metalliche, barriere di filo spinato, blocchi di cemento e uomini armati di mitra che circonda Nejmeh Square, vicino al Parlamento.

Quella zona, la cui ricostruzione è stata anch’essa affidata a Solidere, è la vetrina del lusso convenzionale e di un potere politico e finanziario dal volto umano, quasi amabile, di quando le sedi delle banche erano edifici di pietra e non torri di cristallo. Sembra un quartiere appena sgomberato sul punto di essere inaugurato, con gli interruttori ancora coperti di nastro isolante. Vi entrano solo i lavoratori dei pochi negozi ancora aperti, gli studenti dell’Instituto Cervantes, i fedeli che vanno a pregare nella basilica ortodossa, nella chiesa greco-cattolica o nella piccola chiesa romanica convertita in moschea. La Domenica delle Palme, una fila di militari in pattuglia tracciava cerchi attorno all’orologio della piazza, mentre i bambini tiravano pallonate ai piccioni in attesa che la processione uscisse dalla chiesa greco-cattolica. Quel giorno, le campane delle chiese e il canto del muezzin si sono levati insieme. A seconda dello stato d’animo, poteva essere una melodia di convivenza o la somma di due fanatismi.

Qui i partiti di sinistra hanno convocato le manifestazioni contro il governo durante la recente crisi dei rifiuti, che ha trasformato il paese in un’enorme discarica a cielo aperto. Quando la crisi è iniziata, i più ottimisti hanno pensato che quella montagna di merda avrebbe unito tutte le religioni intorno a una causa comune, ma è stato solo un miraggio: in realtà ogni gruppo si è dedicato a pulire (o a nascondere) la propria merda, cosa che per lo meno è servita da spunto per barzellette molto divertenti. “Credevo che la merda non avesse religione,” mi ha detto Fadi.

Traduzione di Alessandra Neve

Lautore

Emilio Sánchez Mediavilla, nato a Santander nel 1979, è un giornalista spagnolo. Ha lavorato per Agencia EFE, la prima agenzia di stampa spagnola, per il quotidiano La Opinión A Coruña e per Condé Nast Traveler. Articoli a sua firma appaiono occasionalmente su El País, Vanity Fair e Altaïr. La sua seconda professione è quella di editore: ha co-fondato la casa editrice Libros del K.O., con l’intento dichiarato di recuperare il libro come formato giornalistico, e seleziona opere di giornalisti spagnoli storici e contemporanei. Il brano qui proposto in traduzione con il consenso dell’autore, scritto prima dell’esplosione nel porto di Beirut e prima della pandemia, è apparso originariamente sulla rivista online Altaïr.

Credits

L’immagine in copertina, scattata dall’autore, ritrae i minareti della Moschea Blu e la cupola del santuario di Nostra Signora della Luce, nel centro di Beirut.

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Traduttrice, lavora con tre lingue (inglese, francese e spagnolo), per quotidiani, periodici ed editori. Traduce saggistica, con una forte inclinazione per l'approccio e lo stile giornalistici, e meno spesso ma molto volentieri fa traduzioni per il doppiaggio. Parla di nonfiction e giornalismo narrativo in un blog, La biblioteca di Miss Otter, nel quale recensisce libri, reportage, documentari e podcast e in parallelo svolge un'attività di scouting, proponendo agli editori libri scritti da giornalisti.

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