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L’Argentina a Venezia

Il tango argentino in uno spettacolo in trentatré quadri. Un’occasione per raccontarvi cos’è il tango

| Luca Damiani, «Ciao 2001», 8 aprile 1984 |

Il Teatro Malibran, a Venezia, pare essere il tempio più adatto per celebrare questa storia del tango. Fuori, un freddo umido che invita a raccogliersi nella piccola platea e nei troppi palchi, intorno a un palcoscenico scuro dove ha inizio il rito commemorativo che la stampa francese prima e quella italiana poi hanno definito il più emozionante dell’anno. “Tango Argentino” di Claudio Segovia e Hector Orezzoli manterrà la pretesa esaustiva che ammicca fin dal titolo: due ore di spettacolo e storia raccontati da 12 musicisti, 5 cantanti, 8 ballerini e un comico. Una trentina di feroci talenti partiranno dalla fine dell’800, passeranno per Parigi, due guerre, qualche dittatura e tutte le migliori espressioni del tango.

Il nucleo dell’orchestra è composto dal celeberrimo Sexteto Mayor di José Libertella, al quale è affidata anche la direzione musicale, a cui sono stati aggiunti altri 2 bandoneon, 2 violini, la chitarra di Ubaldo de Lio e il prodigioso Horacio Salgan che si alterna, al piano, con Oscar Palermo. L’impatto sonoro di questa formazione è notevole e sono i bandoneon in prima fila a iniziare, con “Quejas de bandoneón”, lo spettacolo che al secondo quadro vede l’ingresso dei ballerini, tutti uomini e guappi perché, come ricorda Jorge Luis Borges nel suo Evaristo Carriego, agli albori il tango lo ballavano «per le strade soltanto delle coppie di uomini, perché le donne del popolo non volevano compromettersi in un ballo da puttane». Libertella e l’orchestra macinano la musica che è il filo conduttore di tutto lo spettacolo e arrivano a ricordare l’origine postribolare del tango che, come nel jazz, si manifesta, nei suoi primi titoli, con palesi doppi sensi: valga per tutti “El choclo” (La pannocchia).

Siamo agli inizi del secolo (1905) e le donne, in segreto, si avvicinano alla nuova danza che ha in sé il fascino dionisiaco del proibito: “La morocha” di Villoldo è il tappeto sonoro su cui ballano due ragazze, Cristina e Elsa Maria, che anticipano l’entrata della rivelazione di questo spettacolo: Cecilia Narova. Una carica erotica che è la sintesi stessa del tango, e il tango per eccellenza è “La cumparsita”. Siamo nel 1916 e Max Linder ha già corrotto i cabaret europei con il paseo, la quebrada e la reflada. Su Cecilia si concentra l’attenzione dello spettatore che cercherà di ritrovarla in tutti i quadri che si alternano, musicati e cantati che, in verità, colpiscono meno del resto. D’altra parte, sempre Borges ricorda che «all’inizio il tango era privo di parole o le aveva oscene e improvvisate». Legati a questa concezione del tango ballato e non cantato, attendiamo ancora due quadri e finalmente una storia che pare tagliata sul busto e il portamento di Cecilia: “Milonguita” è una pantomima che racconta la più probabile delle storie di seduzione, un ruffiano e la ragazza di periferia.

Durante l’intervallo, nel foyer incontro Dino Villatico, entusiasta, che poi scriverà su Repubblica: «i musicisti sono bravissimi… suonano con un rigore, una coerenza che rifiuta ogni allettamento a morbidezze, leggere contaminazioni jazzistiche o, peggio, a nobilitazioni colte». Non sono d’accordo con lui; la storia del tango e quella della musica afroamericana sono troppo simili per pensarle lontane; la musica leggera e la colta, poi, hanno sofferto di un secolare interscambio che suggerisce quasi un ribaltamento delle considerazioni di Villatico di cui condivido comunque l’entusiasmo.

Ci rituffiamo nel secondo tempo durante il quale i cantanti imperverseranno. Ormai il tango, tra le due guerre, conosce la definitiva consacrazione e in un certo senso anche un periodo di svilimento: diventa l’orditura su cui tessere le passioni proibite, i vizi e la dissolutezza. In un’Italia castigata ma attenta ricettrice di tutto il torbido d’oltre oceano, Aldo Ardinghi canta in “Tango rosso”: «Ferve la baldoria e l’orchestrina / suona il tango rosso che trascina / due rivali e un triste dramma / colpa dell’amor». Il tango entra nell’affollato novero dei luoghi comuni e giustamente in patria si deve travestire per rinnovare la sua carica: “Amorpho tango” (Tango amorfo) è il terzo quadro del secondo tempo con cui Jorge Luz, prodigioso attore, veste di femminilità la disperazione, la seduzione e l’abbandono.

Altrimenti il tango trova linfa: Astor Piazzolla, forse il più grande musicista argentino vivente, viene giustamente ricordato con “Verano porteño” e “Los pajaros perdidos”. Prima del gran finale Roberto Goyeneche, il più celebre cantante vivente, si esibisce in uno show nello show: una miscellanea alla Frank Sinatra.

Ancora un bis per il quale l’orchestra e tutti i ballerini ripongono purtroppo il finale. Uno spettacolo da mozzare il fiato. In 33 quadri la storia, un secolo, di un popolo. Libertella è stanco, sudatissimo, lo incontro dopo qualche minuto e, quasi commosso, contrariamente alle mie abitudini gli chiedo un autografo; me ne fa due, scoprendo che mi interesso di musica, mi parla in un spagnolo quanto più possibile italianizzato, manifestando tutta la sua simpatia per l’Italia e anche un certo stupore per il successo che ha seguito quello francese, per uno spettacolo così intimamente argentino. È consapevole che parte di questo successo è dovuto all’affiatamento di tutta la troupe. Mi elenca le date seguenti e così scopro che sarà a Milano e Bologna, dopodiché sarà di nuovo in Francia e poi di ritorno in America, forse con una nuova puntata a New York. Lo ringrazio e mi auguro di rivederlo a Roma. Mi allontano dal teatro con degli amici con cui improvvisiamo, sopraffatti dall’entusiasmo, blasfemi passi a imitazione di quelli appena visti. Incrociamo due dell’orchestra che ridendo ci salutano e ci urlano «muy bien», prima di dileguarsi nelle calli.

Per l’indomani Vittoria ha fissato un appuntamento al Malibran con Cecilia: la seguo sperando di saperne un po’ di più e alle 12 siamo tutti puntuali: il truccatore, Cecilia e il direttore di scena del teatro Giorgio Panzini. Mentre Cecilia è impegnata con le foto, Giorgio mi racconta delle prime serate, quando l’affiatamento doveva pagare ancora qualche tributo alla gelosia tra i cantanti che, come sempre, rivaleggiano per raccogliere un applauso in più. Roberto Guyeneche prima delle sue entrate vocalizza dietro le quinte, segnale questo che in Argentina scatena le folle. Qui un po’ meno. Sono tutti simpaticissimi e ovviamente hanno voluto sapere da Giorgio tutte le frasi idiomatiche più correnti e meno ortodosse.

I musicisti anche loro sono gelosi, ma dei loro strumenti; soprattutto de Lio con la sua chitarra. Giorgio inizia a preoccuparsi del contrabbasso chiuso in uno stanzino e minacciato dall’acqua alta. Cecilia, tra un cambio d’abito e l’altro, racconta di come ha iniziato, con la danza classica e il ballo jazz. Quest’ultima notizia conforta le mie teorie di parentela tra le due culture americane. Da due anni frequenta una scuola di tango a Buenos Aires. Il perché sia stata scelta l’avevo già capito da solo.

Le chiedo se lei si identifica con questa musica: «Certo, è la tradizione, ma i giovani ascoltano moltissimo rock».

È difficile ballare il tango?, chiedo pensando ai miei ridicoli tentativi la sera prima.

«No, assolutamente, molto è improvvisazione». Ritorna sotto il flash della macchina e, sarà la gommina nei capelli o i costumi aderenti, ritorna a essere la cumparsita con lo sguardo lontano e carico, l’immagine stessa della tanghitudine.

Cenni di storia

Ho conosciuto il tango attraverso Gato Barbieri, nei suoi capitoli dedicati al Sudamerica e quello di Gerry Mulligan con Astor Piazzolla. Soprattutto quest’ultimo mi ha colpito per la ricchezza del linguaggio musicale, chiaramente distante dalla musica popolare almeno quanto Stravinskij lo è stato per il suo “Tango” e il suo “Ragtime”. Questo continuo ricorrere del jazz, musica che ha dominato il XX secolo, mi ha fatto capire l’importanza della musica argentina che, con il samba e la bossa nova, sono le più alte espressioni dell’Altra America. Il fatto poi che la gestazione del tango abbia necessitato dell’apporto della cultura italiana, mi ha definitivamente conquistato. I temi riportano l’esistenza di un tango spagnolo, detto anche tango flamenco, con cui, d’altra parte, il nostro ha poco a che vedere visto che si trattava in realtà di un valzer, quindi a ritmo ternario. Ancora un tango, detto carioca, legato a Rio de Janeiro, e infine quello di Buenos Aires. Si è comunemente concordi nella derivazione della milonga e del tango dalla habanera che, come indica il nome, veniva da Cuba.

La storia del tango, o meglio della sua evoluzione, lo vede nascere nei bassifondi e conquistare le classi medie dopo un’entusiastica adozione dell’Europa e in particolare di Parigi che, come in altre occasioni farà, adotta il ballo del tango come una nouvelle vague. L’origine di danza lasciva ed erotica accompagna ancora i passi del tango a cui, con facilità, si applicano dei testi altrettanto lascivi; ma l’uso continuo, si sa, stempera qualsiasi deviazione così che in Italia Anacleto Rossi, definito da Paquito del Bosco «specialista in tanghi», arriverà a concludere bonariamente che «non è che un tango mia signora, la vita».

Il tango affascina quasi tutti. I futuristi, seguendo un istinto decisamente anticonformista, dichiareranno per bocca di Marinetti: «Tango, rullio e beccheggio di velieri che hanno gettata l’àncora negli altifondi del cretinismo». Ma le loro e quelle dei moralisti resteranno le uniche parole di disprezzo. La più autorevole voce a favore di questo stile di vita è quella di Jorge Louis Borges che in Evaristo Carriego addirittura dedica un capitolo alla storia del tango.#

L’autore

Critico musicale, scrittore e conduttore radiofonico, Luca Damiani è oggi noto al grande pubblico soprattutto per la conduzione, a mesi alterni, del programma musicale di Rai Radio3 “Sei Gradi”, in onda dal lunedì al venerdì alle ore 18. È stato anche consulente musicale per il programma “Passepartout” di Philippe Daverio. Ha scritto i romanzi Guardati a vita (Marsilio, 1990, vincitore ex aequo del Premio Grinzane Cavour nella categoria Giovane Autore Esordiente), Una, fatale (Marsilio, 1992, vincitore della prima edizione del Premio Fiesole), Il baro (Marsilio, 1997), Pow (Stampa Alternativa, 2018), e la raccolta di racconti Che ne sarà di lei (Loggia de’ Lanzi, 1995). Tra i saggi, Bufale: breve storia delle beffe mediatiche da Orson Welles a Luther Blissett (Castelvecchi, 2004). Qui una sua intervista a Radio Speaker.

Credits

L’articolo originale uscì sul settimanale musicale «Ciao 2001» dell’8 aprile 1984, alle pagine 72-74; le immagini che lo accompagnano ne sono la riproduzione. La foto in alto è tratta dallo spettacolo “Tango Argentino” tenutosi a Parigi durante l’edizione del 1989 del Festival d’Automne; per saperne di più, qui.

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